`Anna Karénina` di Lev Tolstoj • Uno spiraglio di luce

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L’autore di un grande romanzo è, insieme, sia presente che assente in ogni pagina del proprio libro, nei lineamenti dei suoi personaggi così come nei paesaggi che essi popolano; il luogo in cui abita è infatti la totalità del romanzo, di cui è in grado di decifrare l’infinita complessità di intrecci e di concatenazioni interiori. Questo fatto è estremamente evidente per Tolstoj che, tuttavia, in `Anna Karénina` non è mai tanto presente sulla scena come quando a prendere la parola è Konstantín Lévin. Si tratta infatti di un personaggio capace di riassumere in sé molte delle esperienze giovanili del suo autore, presentandosi inizialmente come un uomo timido e dispettoso, talvolta ostile e litigioso, ma anche orgoglioso, goffo e geloso. E’ proprio grazie a Lévin che Tolstoj riesce infatti a oggettivizzare e a distanziare la propria giovinezza, gettando una luce quanto mai tenera e derisoria sull’insopportabile moralista che un tempo era stato.

Inizialmente introdotto come una specie di atleta buffonesco, anche nella redazione definitiva del romanzo Lévin si presenta agli occhi del lettore come la voce della disarmonia e della frattura, a fronte di quella che invece è l’armonia tragica e soave di Anna Karénina. Se Anna, infatti, possiede l’istinto naturale alla felicità, un carattere eccessivamente spigoloso impedisce all’altro di essere veramente felice, tranne che per brevi e intensissimi lampi di vitalità sfrenata. E’ tuttavia proprio quest’anima tormentata e capricciosa a permettere a Lévin di comprendere a pieno tutte le lacerazioni e le contraddizioni della vita umana, elementi che finiscono irrimediabilmente per sfuggire alle nature medie ed equilibrate come quella di Vrònskij.

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Di per sé, Lévin non si ama affatto. Quando pensa alla sua persona viene infatti preso da un invincibile scoramento: «C’è qualcosa di sgradevole e di scostante in me. Chi sono io? Che cosa sono? Un uomo da nulla, che non è necessario a niente e a nessuno!». Lévin si odia proprio perché si percepisce disarmonico e frammentario rispetto al mondo circostante, proprietario di una mente incredibilmente tortuosa e mutevole, incapace di concedergli la pace tanto desiderata.  Accade quindi che la debolezza e l’insicurezza del suo Io arrivino talvolta a rovesciarsi all’esterno, in un’aggressività acre e dolorosa, in un rancore disperato verso il mondo che ai suoi occhi assume le sembianze di un’immensa menzogna creata apposta per offenderlo.

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Forse Lévin si sarebbe perduto se, in fondo, non avesse conservato l’incanto tipico della prima giovinezza. Come un ragazzo, infatti, egli vive una vita profondamente fisica: le sue sensazioni sono immediate e violente e, allo stesso modo, i suoi pensieri esplodono al pari di irradiazioni psicofisiche. Lévin è intero, corpo e spirito, in tutto ciò che sente, un solo fuoco di passione e di energia, che ora si concentra in un punto, ora si disperde  in tutte le dimensioni. Il mondo dell’abitudine e dell’insignificante non esiste per lui, poiché, come Tolstoj, egli vive per cogliere nella realtà una serie inesauribile di epifanie. In questi momenti di esaltazione, identici a quelli che assalivano l’autore da giovane, Lévin giunge infatti a conoscere la benedizione intermittente della felicità: un sangue ardente inizia così a scorrere nelle sue vene, mentre il cuore, gioioso e estatico, sembra poter mettere le ali e balzare al di là del tempo.

Forte di una personalità a tal punto passionale, la ricerca amorosa finisce per condurre Lévin in una direzione completamente opposta a quella sperimentata dalla spirituale Anna. Come Tolstoj da giovane, infatti, egli è posseduto da una sorta di ossessione edipica, che lo porta a vedere il proprio matrimonio come il rinnovarsi di quel sogno luminoso che era stata la vita familiare dei suoi genitori. La figura della sua futura moglie, pertanto, assume per lui le sembianze di quell’«ideale delicato e santo di donna che era stata sua madre». Ed è proprio attorno a questa strenua e utopica ricerca di felicità che la vita di Lévin arriva a fissarsi e ad immobilizzarsi completamente.

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La prima, provvisoria cristallizzazione dell’amore di Lévin è innanzitutto collettiva. Come un bambino, egli infatti si innamora dell’intera famiglia Scerbàtskij, al punto che tutto quanto avviene al suo interno finisce per essere avvolto da un poetico velo di nebbia. Dopo aver amato la casa, la servitù, il padre e la madre, il sentimento di Lévin arriva tuttavia a concentrarsi solo sull’incantevole figura della figlia minore, Kitty, capace ai suoi occhi di emanare lo stesso fulgore di una rivelazione religiosa. E’ con intensa commozione che Tolstoj arriva così a descriverci il processo di innamoramento del suo protagonista, al quale, in un pomeriggio d’inverno, l’amata compare abbagliante e irraggiungibile al pari di un sole splendente. La luce di Kitty arriva letteralmente a bruciare il cuore di Lévin, provocando in lui lo stesso sentimento di gioia, di ansia e di timore tipico dell’iniziato ad un nuovo culto; egli non osa neppure avvicinarsi, tanto la creatura che ha di fronte appare ai suoi occhi sacra e intoccabile. Tuttavia, progressivamente, il sole ardente di Kitty si attenua: ella infatti gli si avvicina, gli sorride e gli parla, tramutando la propria visione estatica nel profondo e timido palpito di un sentimento d’amore.

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Se da una parte Anna rappresenta il bagliore entusiastico e prorompente dell’Eros, Kitty, al contrario, viene descritta da Tolstoj come il quieto e rassicurante lume dell’esistenza familiare. Nel lieve tremito delle sue labbra, così come nell’umore che le vela gli occhi, vi è infatti qualcosa di irreparabilmente fragile, che la conduce a rifugiarsi nel nido ben protetto dell’amore familiare. Certo, il delicato sentimento di Lévin e di Kitty non sembra neppure paragonabile alla passione travolgente di Anna e Vrònskij, capace di fondere i loro corpi nella fiamma di un unico incendio senza parole. Il loro amore possiede infatti una tenerezza che sembra aver dimenticato il richiamo erotico, per divenire qualcosa di così leggero e fragile da dover essere raccolto e protetto con ogni attenzione. Eppure, al contrario di tutti gli altri, Lévin e Kitty sono anche portatori di una forza invincibile che, in caso di bisogno, li rende capaci di ricomporre con cura il proprio sentimento, dando vita ogni volta ad un’unità spirituale più solida e prospera.

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E’ così che, dopo un inizio difficile, per Lévin e Kitty principia quella che Tolstoj rappresenta come la vera felicità familiare. Di certo non si tratta del momento incantato che Lévin aveva conosciuto la mattina della richiesta di matrimonio – un’estasi momentanea che, per sua natura, non è destinata a durare – ma piuttosto di una piena e ricca soddisfazione, capace di sorreggere con la sua compiutezza l’intera vita quotidiana. Se dapprima infatti Lévin era costretto a scrivere e a lavorare per scacciare da sé le tenebre dell’esistenza, ora queste stesse occupazioni gli sembrano indispensabili affinché la vita stessa non gli appaia troppo uniformemente luminosa. Kitty, da parte sua, come un delicato uccellino si adopera per edificare il proprio nido, diventando prima moglie e poi madre, e acquistando via via una solidità e una sicurezza inaspettate; la vediamo così impugnare le chiavi della massaia, adornare le stanze e organizzare la dispensa con invulnerabile grazia, senza mai perdere quella fiducia e quella soavità con cui, fino a poco tempo prima, incedeva sicura nei salotti dell’alta società.

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Intorno all’idillio coniugale di Lévin e Kitty, fatto di piccoli gesti e di una pigra e rassicurante felicità, Tolstoj arriva poi a disporre l’ultimo inno dell’Europa agreste. Accade infatti che, in un tempo in cui il rapporto con la natura appare irrimediabilmente lacerato, la famiglia di Lévin sembra la sola a poter ancora conservare gli antichi e immutabili ritmi vitali. L’autore in prima persona vive e si nutre di questo piccolo mondo antico, descrivendone con esattezza anche i più minuti particolari: dall’odore di muschio dopo la pioggia allo scricchiolio del legno dell’isba nelle notti d’inverno, dal sordo rimestare della servitù in dispesa al brontolio sconnesso della vecchia Agàfja Michàjlovna, custode dell’antico spirito agreste, intenta a cucinare la marmellata di fragole. Ogni dettaglio ai nostri occhi appare oltremodo incantevole, eppure, allo stesso tempo, percepiamo l’ombra di una minaccia; viene infatti naturale chiedersi cosa di tutto ciò che vediamo sia davvero destinato a durare, e per quanto ancora la tumultuosa vita della campagna russa potrà resistere prima di scomparire per sempre. Da parte sua, Tolstoj sembra perfettamente cosciente del tragico incombere della fine: egli osserva infatti quell’irriducibile bellezza consumarsi sotto i suoi occhi e tale dolorosa consapevolezza lo porta a tesserne un ritratto incredibilmente toccante.

Al pari del suo autore, anche Lévin appare perfettamente consapevole di come quel mondo incantato in cui è sempre vissuto stia ormai per svanire e, alla luce della sua irrimediabile rovina, viene colto dal lacerante pensiero della morte. L’ombra oscura dell’oblio arriva così a stagliarsi sopra la sua vita, dominandone ogni aspetto e portandolo a scorgere ovunque il presagio della fine: nei corpi vivi e amati che lo circondano, nel cavallo pezzato che trascina il ventre a fatica, nel contadino con la barba ricciuta e persino nella giovane fanciulla dalla giacchetta rossa, che con grazia raccoglie le spighe dall’aratro.

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Il primo vero incontro di Lévin con la morte, tuttavia, avviene solo nel momento in cui il fratello Nikolaj, malato di tubercolosi, lo chiama per assisterlo in un’anonima cittadina di provincia. E’ con ferocia dostoevskiana che Tolstoj arriva così a plasmare davanti ai nostri occhi quel terrificante luogo senza nome, una bettola equivoca e sporca, ricoperta di sputi e dominata da un lezzo soffocante; c’è un soldato con una divisa sudicia a fare da portiere, mentre il continuo e affaccendato via vai di persone dalle stanze ci rammenta come lì accanto vi sia una stazione, evidente simbolo di morte e rovina. La camera dove giace Nikolaj, d’altro canto, è ancor più piccola e sporca: il moribondo è disteso sul letto sudicio, la mano enorme poggiata sopra le lenzuola del tutto simile a un rastrello, ancora incomprensibilmente attaccata al braccio gracile e sottile quanto un fuso. Questo semplice particolare fisico, attraverso cui la sobrietà tolstojana cede il passo alla violenza di una deformazione inaudita, è capace di incuterci terrore, suscitando in noi lo stesso orrore vitale che Anna prova nei confronti del muzik dei suoi incubi. E’ proprio a questo punto, infatti, che le storie dei due grandi protagonisti del romanzo arrivano a corrispondersi perfettamente: se da una parte Anna viene difatti condotta dalla passione erotica alla più tragica delle fini, dall’altra anche Lévin, che combatte il proprio terrore esistenziale tramite il pensiero e la filosofia, è destinato a conoscere la sconfitta.

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Accade tuttavia che, in un giorno qualunque, mentre è intento alle sue occupazioni quotidiane, Lévin si ritrova ad ascoltare le parole risolute di un suo muzík: «Fokànic’ è un vecchio veritiero. Vive per l’anima. Si ricorda di Dio». Questa semplice affermazione, pronunciata quasi per caso, improvvisamente risuona nelle sue orecchie con la stessa potenza di una sentenza rivelatrice: nuovi pensieri, mai sperimentati prima, giungono così in folla ad attraversagli la mente, mentre nella notte interminabile della sua anima la natura divina arriva ad apparirgli con indicibile chiarezza. All’improvviso, nella sua totale assenza di speranza, nella desolazione religiosa che continua ad avvolgerlo, Lévin realizza il principio unico della morale cristiana: vivere non in funzione dei propri bisogni, ma in funzione di Dio. Egli si rende infatti conto di come il vero Bene non sia altro che un assurdo etico, un qualcosa di astratto che nessuno potrà mai definire, ma anche l’unico miracolo davvero possibile. Avviene così che, ancora una volta, il culmine di `Anna Karénina` si presenta agli occhi del lettore in uno spiraglio impalpabile, in una fessura paradossale che, solo per un momento, conduce uno dei suoi personaggi a scorgere qualcosa di ultraterreno. Ciò che ne deriva, tuttavia, è molto diverso: se da una parte, infatti, la giustizia letteraria  porta Anna ad affondare nella notte e nell’orrore, allo stesso modo essa permette a Lévin di continuare a vivere nel fugace bagliore della rivelazione.

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Alla luce di tutto questo, il finale del romanzo appare estremamente esemplificativo. Tolstoj racconta infatti che, mentre le nuvole estive avanzano rapidamente verso la casa padronale, in un turbinio oscuro capace di nascondere il sole come in un’eclissi, la famiglia di Lévin risulta dispersa. All’improvviso, tutto pare infiammarsi: la terra prende fuoco, la volta celeste si squarcia e un fulmine colpisce la cima di una grande quercia, sotto la quale Lévin è convinto siano raccolti Kitty e il suo bambino. Tuttavia, la sua angoscia ha breve durata: la moglie e il figlio sono infatti salvi all’altra estremità del bosco e, sorridenti, gli corrono incontro con aria innocente e colpevole; nel frattempo, la cortina bianca della pioggia, con la stessa rapidità con cui era venuta, lentamente scompare.

Le ore passano e cala la sera: un altro solitario lampo illumina il volto gioioso di Kitty, per poi spegnersi e lasciare di nuovo spazio alle stelle. Ella è sulla veranda, intenta ad osservare il marito con indicibile tenerezza, chiedendosi quali profonde riflessioni provochino in lui quell’aria così pensosa; rinunciando per l’ultima volta a toccare con le parole l’inesprimibile, la ragazza decide infine di affidargli una piccola incombenza domestica: «Ecco, Kòstja: fammi un piacere. Va nella stanza d’angolo e guarda se hanno preparato tutto per Serghjéj Ivànovic’. Che vada io non sta bene. L’hanno messo il portacatino nuovo?».

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Accade così che con discrezione, in un delicato gioco di simboli, Tolstoj sceglie di risolvere qualsiasi discussione esistenziale possibile nel miracolo lieve dell’esistenza quotidiana. A ben vedere, nessuna conclusione poteva essere più incantevole di questa, nessuna morale più confortante dell’assicurazione che il portacatino di Serghjéj Ivànovic’ è senza dubbio riposto nell’angolo giusto. Perché nonostante l’irriducibile consapevolezza che ancora, in futuro, altre nubi giungeranno dall’orizzonte per oscurare il sole e altri fulmini finiranno per abbattere altissime querce, allo stesso modo ognuno di noi può avere la certezza che, non per questo, la vita cesserà di esistere. In fondo, c’è la luce delle stelle e c’è la luce del volto di Kitty… E questo, per ora, può davvero bastare.

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