`It` di Stephen King • Out of the Blue and into the Black

Vi sono molte ragioni per cui vale la pena leggere i romanzi di Stephen King. L’esperienza di lettura, già di per sé, rappresenta qualcosa di singolare: gran parte della popolarità di King, infatti, deriva dalla sua abilità di intrattenere, tale da proiettare i suoi lettori all’interno di universi alternativi fatti di trame bizzarre e personaggi iconici, in cui mettere alla prova i loro desideri più oscuri così come le loro paure più recondite. Tuttavia, i romanzi del “Re del Terrore” celano qualcosa di più della semplice volontà di “fare paura”. Dietro al carosello di mostri e orrori assortiti, infatti, Stephen King è in grado di dirci qualcosa sul mondo in cui viviamo, sulla lotta intrapresa da ognuno per definire la propria condotta morale, o sui costi che si è disposti a pagare per scegliere il Bene sopra al Male (e viceversa). Tutti temi che, a ben vedere, hanno sempre fatto parte della natura umana, fin dal momento in cui la prima storia di paura venne narrata alla luce di un fuoco notturno.


  1. WHAT LIES IN THE SHADOWSLa funzione del genere horror nel mondo contemporaneo

La narrativa dell’orrore è un genere letterario assai appropriato per i nostri tempi. Dopo le devastazioni di Auschwitz e di Hiroshima, la minaccia nucleare e la follia della diplomazia missilistica, il mondo dell’incubo, dei mostri e degli eventi grotteschi sembra parlarci direttamente dalle pagine dei giornali, o fare capolino dai resoconti degli inviati di guerra. In un’epoca impregnata di scienza e razionalismo, l’opera di autori come Stephen King mantiene dunque una propria rilevanza culturale, paragonabile a quella che la letteratura gotica ebbe all’indomani del secolo dei Lumi. Infatti, come nel Settecento `Il castello di Otranto` di Horace Walpole diede inizio alla ribellione romantica, così i romanzi di Stephen King offrono ai lettori di oggi alcuni concetti utili da ricordare – ad esempio, come nessun progresso sia privo lati oscuri, o come, in definitiva, l’universo non sia un luogo del tutto comprensibile alla mente umana

Nel suo illuminante saggio `Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe`, Bruno Bettelheim scrive come i bambini abbiano bisogno della fantasia per comprendere la realtà che li circonda, dal momento che il loro sviluppo cognitivo non gli consente di cogliere appieno i concetti astratti della scienza e della ragione. La fiaba, infatti, ha una modalità di svolgimento che si conforma al modo in cui un bambino pensa e percepisce il mondo, al punto da fornirgli maggior conforto di qualsiasi spiegazione basata su un ragionamento adulto. Da questo punto di vista, la letteratura fantastica e quella di paura risultano strettamente correlate: l’orrore, infatti, è ciò che si annida negli angoli bui della fantasia, abbattendo le facili distinzioni che separano il bambino dall’adulto. Dunque, se la fiaba aiuta i più piccoli a non ritirarsi intimoriti di fronte al mondo, i racconti di paura compiono il processo contrario: essi costringono chi legge a riconoscere il male insito nella natura umana, e gli ricordano come l’età adulta non sia necessariamente sinonimo di razionalità e buone intenzioni

Alla luce di queste considerazioni, non stupisce come il giovane Stephen King, da precoce indagatore dell’incubo, fosse solito a collezionare articoli e ritagli di giornale riguardanti le imprese dei più efferati serial killer. Quando la madre, preoccupata per lo strano passatempo del figlio, gli chiese spiegazioni, si sentì rispondere con invidiabile chiarezza: «Credo che il male sia là fuori. Voglio sapere cos’è, così quando arriva posso riconoscerlo e togliermi di mezzo». A ben vedere, si tratta di un’intuizione notevole per un ragazzino: rivela come per combattere il male – o anche solo per evitarlo – sia necessario innanzitutto identificarlo, per poi poterlo analizzare e comprenderne i più oscuri meccanismi.

Stephen King ha dichiarato più volte come la scrittura abbia rappresentato per lui una valvola di sfogo, necessaria a esorcizzare le sue paure se non addirittura a farle scomparire. In alcuni casi tale strategia si è rivelata efficace, mentre in altri ha contribuito a generare ulteriori inquietudini. «Riesco ancora a provare paura. Posso provare più paura di quanta fossi in grado di provarne prima», ha affermato King in proposito. «Non riesco ad andare a dormire in un hotel senza pensare a chi ci sia nella stanza sotto di me, magari ubriaco fradicio, intento a fumare una sigaretta e in procinto di addormentarsi così da far prendere fuoco alla stanza… E quando è stata l’ultima volta che hanno cambiato le batterie del rilevatore di fumo?»[1].

Naturalmente, nel corso degli anni le paure dell’autore sono evolute e maturate, al punto che, con l’avvento della paternità, hanno iniziato a riguardare soprattutto i suoi figli: «Dal momento che ho un po’ di soldi, mi preoccupo che qualche malintenzionato venga a rapire i miei figli e li tenga in ostaggio. Ho paura di quello che tutto questo sta facendo alle loro vite, ho paura di quello che sta facendo alla mia»[2]. L’attenzione crescente riguardo al benessere dei propri bambini ha portato King a riflettere lungamente sul tema dell’infanzia e, in particolare, su cosa significa crescere in un mondo popolato da minacce e pericoli. «Nessuno di noi adulti rammenta la propria infanzia. Pensiamo di ricordarla, il che è ancora più pericoloso», ha affermato l’autore. «I bambini vivono in un costante stato di shock. Gli input sono così freschi e vigorosi da rischiare di essere pericolosi. Guardano una scala mobile e pensano davvero che, se non riusciranno a compiere un grande passo, verranno risucchiati al suo interno»[3].

  1. AFTER THE FLOODAlle origini di `It`

Dall’inizio della sua carriera letteraria, il 1986 fu il primo anno in cui Stephen King riuscì a pubblicare solamente un libro; eppure, considerate le dimensioni e la magnitudine dell’opera, il risultato non sorprende. `It`, infatti, si presenta come un romanzo titanico: un tomo di oltre 11oo pagine e più di mezzo milione di parole, l’impresa più ambiziosa mai realizzata dall’autore dall’epoca di `The Stand` (`L’ombra dello scorpione`, 1983).

King ricorda come la genesi di `It` abbia avuto origine nei primi anni ’80, a partire da due diverse fonti d’ispirazione. La prima aveva a che fare con il desiderio dell’autore di scrivere l’opera magna del genere horror, una storia in cui tutti i mostri della sua infanzia potessero collidere in un unico spazio letterario. La seconda, invece, riguardava una celeberrima fiaba del folklore norvegese, `Three Billy Goats Gruff` (in italiano `I tre capretti furbetti`), in cui tre capretti devono attraversare un ponte sotto il quale si cela uno spaventoso troll. «L’idea mi venne in Colorado, mentre stavo scrivendo `The Stand`». In questa occasione, rimasto in panne con la propria auto, King si trovò ad attraversare un piccolo ponte di legno, che subito gli riportò alla mente la fiaba letta anni prima. «L’intera storia [di It] mi rimbalzò in mente. Non i personaggi, ma la suddivisione temporale, gli sbalzi accelerati che si concludevano in un crollo totale per poi sfociare in una sensazione di “non tempo”, e tutti i mostri che erano un solo mostro… Il troll sotto il ponte, ovviamente»[4].

Dopo alcuni mesi, nell’estate del 1981, l’idea di `It` continuava a perseguitare King, senza che l’autore si decidesse a metterci le mani. «Ricordo che ero seduto sotto il portico, fumando e chiedendomi se fossi diventato vecchio al punto da aver paura di provare, di buttarmi e guidare veloce. Mi alzai, andai nel mio studio, misi un po’ di rock’n’roll e cominciai a scrivere il libro. Sapevo che sarebbe stato lungo, ma non sapevo quanto»[5]. Effettivamente, dopo anni di lavoro, `It` divenne il romanzo più ambizioso che King avesse mai pubblicato e, insieme, la sintesi perfetta di due decenni di lavoro sul genere horror. Si trattava infatti di un’epopea mastodontica, in cui lo scrittore dimostrava di sapersi destreggiare tra due linee temporali sovrapposte, corredate da personaggi molteplici e temi complessi, tra cui quelli della perdita dell’innocenza, dell’abuso sui minori, dell’omofobia e del razzismo. A tutto questo egli aggiungeva le proprie riflessioni sulla natura umana, sull’eterna lotta tra Bene e Male, sul passaggio dall’infanzia all’età adulta e, soprattutto, sul potere derivante dall’esercizio della fede, del coraggio e dell’amore.

Per Stephen King, dunque, la stesura di `It` rappresentò una vera e propria sfida letteraria, capace di spingere ai limiti le sue capacità di scrittura. All’interno del romanzo, infatti, l’autore sceglie di intrecciare le vite di sette protagonistia partire da due momenti cruciali della loro esistenza, a ventisette anni di distanza l’uno dall’altro, per poi connettere l’infanzia e l’età adulta di ciascuno tramite l’emersione dei rispettivi ricordi. A tutto questo, egli aggiunge la mitologia di It, ossia quella di un mostro di natura lovecraftiana, capace di emergere ciclicamente dalle viscere della terra per nutrirsi delle sofferenze fisiche e psicologiche dei bambini della città di Derry.

Eppure, al netto di questi complessi meccanismi narrativi, Stephen King non perde mai di vista il proprio scopo primario, ossia quello di scrivere una storia che valga la pena di essere raccontata. `It`, da questo punto di vista, rappresenta uno degli apici dello sviluppo autoriale di King, che per la prima volta riesce a coniugare con successo il mondo dei bambini a quello degli adulti, unendo innocenza ed esperienza, fantasia e razionalità, sviluppo personale e dinamiche di gruppo. Allo stesso tempo, il mostro che oppone ai suoi protagonisti è tanto sfaccettato quanto la paura stessa, tanto da poter essere sconfitto in una forma per poi ritornare subito dopo in un’altra. Alcune delle sue incarnazioni non sono affatto umane, ma sono costituite della stessa materia di cui sono fatti gli incubi; in altri casi, invece, It si trasforma in qualcosa di molto più subdolo e pericoloso da affrontare, assumendo le sembianze di un bullo corrotto dalla violenza, di un padre che “si preoccupa troppo” o di una madre il cui unico scopo è quello di mantenere il proprio figlio fragile e dipendente. King passa da un livello di paura a un altro, da quello fisico a quello psicologico, da quello materiale a quello spirituale, portando i suoi protagonisti a tuffarsi negli abissi dell’orrore per poi farli riemergere in superficie, in virtù della loro capacità di sopravvivenza e dell’amore inesauribile che nutrono l’uno per l’altro.

  1. “WE ALL FLOAT DOWN HERE!”
    Derry città infestata

«Può un’intera città essere posseduta?
Posseduta come si dice che siano certe abitazioni?
 Non una singola casa in quella città, o l’angolo di una determinata via,
 o quell’unico campo di pallacanestro in un certo piccolo giardino
[…], ma tutto.
La città nella sua interezza. È possibile?
»

Gran parte dei vettori malefici presenti nella narrativa di King – dalla macchina Christine al cimitero Micmac, dall’Overlook Hotel all’astronave dei Tommyknockers – necessitano di uno stimolo esterno per poter liberare le proprie energie nefaste. Nell’immaginario dell’autore, infatti, il male esiste innanzitutto come entità metafisica, capace di assumere forma concreta solo nel momento in cui gli esseri umani, con le loro brame, egoismi e pulsioni incontrollabili, giungono ad attivarlo. Ne `Le notti di Salem`, `Il corpo` e `It`, tuttavia, a essere infestati non sono soltanto oggetti o luoghi specifici, ma intere cittadine – rispettivamente quelle di Jerusalem’s Lot, Castle Rock e Derry –, al punto che le forze funeste che le abitano giungono a incarnarsi non tanto nei singoli individui, quanto nelle comunità che vivono e prosperano al loro interno. 

Nel caso specifico di Derry, King sembra essere interessato a indagare le modalità con cui la città e il mostro arrivano a influenzarsi a vicenda. Per quanto It venga presentato come un’entità cosmica e ancestrale, infatti, ciò che incontriamo sono innanzitutto le espressioni umane e sociali del male da esso incarnato. Il primo a rendersene conto è il personaggio di Mike Hanlon: «Ho cominciato a pensare che It è insediato qui da così tanto tempo che, qualunque cosa sia, è ormai diventato parte di Derry, ne è diventato una caratteristica come la Cisterna o il Canale, o il Bassey Park o la biblioteca. Salvo che, nel suo caso, la sua presenza non è una questione di ubicazione geografica. Forse lo è stata una volta, ma adesso It è… dentro. Si è fatto assorbire».

Come osservato da Mike, la gente di Derry ha convissuto con It da sempre e in tutte le sue molteplici manifestazioni, al punto da riuscire a comprenderlo e forse persino ad accettarlo. A dimostrarlo è l’inaudito tasso la violenza che caratterizza la città, capace di giungere al parossismo ogni 27 anni circa, ossia in corrispondenza dei ciclici risvegli del mostro. Infatti, così come in Chiesa l’amore di Dio necessita di essere rinnovato con atti di fede periodici, così a Derry It deve essere saziato con atti di violenza periodici. Da qui il lunghissimo elenco di massacri, persecuzioni ed episodi di brutalità narrati nei cosiddetti “Interludi”, stralci del diario di Mike tramite cui il lettore ha la possibilità di ripercorrere la storia di Derry a partire dai suoi eventi più oscuri. Si passa così dal racconto dell’incendio al Punto Nero, locale afroamericano dato alle fiamme da un gruppo di suprematisti bianchi, al massacro delle Ferriere Kitchener, esplose durante una caccia all’uovo organizzata per le festività pasquali. E poi ancora linciaggi, massacri, mutilazioni e sparizioni inspiegabili, capaci di costellare la cronaca della città dall’epoca della sua fondazione fino alle brutalità che caratterizzano il tempo presente.

Da questo punto di vista, non è possibile considerare It e Derry in maniera distinta, dal momento che si tratta di due entità strettamente correlate, capaci di alimentarsi e sostenersi a vicenda. Infatti, se da un lato Derry rappresenta il territorio di caccia del mostro, dall’altro esso è in grado di garantire alla città una prosperità perpetua e pressoché inesauribile. Tale relazione è dettagliata in tutto il corso del romanzo, con particolare evidenza nell’episodio del massacro della banda Bradley. In questa occasione, infatti, i cittadini che aderiscono alla sparatoria non sono motivati dal senso di giustizia o dalla necessità di sopravvivere, quanto dalla pura volontà di uccidere.  «Ci saranno stati cinquanta, se non sessanta uomini a sparare tutti insieme. […] Quando la sparatoria cessò, quelle macchine non somigliavano più ad automobili. Erano solo pezzi di lamiera in mezzo a un mare di schegge di vetro». È a questo punto, infatti, che la mattanza assume le sembianze di un evento comunitario, trasformandosi in un carnevale e in un rito collettivo, con tanto di souvenir, lazzi e fotografie. E ovviamente, come in ogni festa che si rispetti, ecco il clown fare la sua comparsa: «Non che indossasse un costume da clown o qualcosa del genere, oh no. Aveva una tuta da agricoltore con sotto una camicia di cotone. Però aveva in faccia quel cerone bianco che usano i clown, con un grande sorriso rosso dipinto».

È interessante notare come, in questa occasione, It si senta abbastanza al sicuro da avventurarsi fuori dal proprio ambiente naturale, ossia le fogne e i canali di scolo di Derry, per mostrarsi alla luce del sole nei panni di Pennywise il Clown Danzante. Questo accade perché è lo stesso It a ispirare il massacro, partecipandovi attivamente e incitando gli uomini a intervenire, al punto da indurre chiunque lo veda a riconoscere in lui un riflesso della propria malvagità. «Nell’attimo in cui lo vidi io, mi parve che maneggiasse un Winchester e fu solo più tardi che capii che doveva essere stata un’impressione dovuta al fatto che quello era il tipo di fucile che avevo io. Biff Marlow credette di vedergli fra le mani un Remington, perché quello era il fucile che aveva lui. E quando domandai a Jimmy, mi disse che sparava con un vecchio Springfield, uguale identico al suo. Buffo, no?»

  1. GROWNUPS ARE THE REAL MONSTERSInfanzia e violenza nella narrazione di Stephen King

Più che uno studio sulla storia di Derry o un’analisi sul male insito nella natura umana, `It` è un romanzo sull’infanzia e sugli abusi che i bambini possono subire. Come annota Mike Hanlon, infatti, «qui a Derry i più giovani scompaiono nel nulla al ritmo di una cinquantina l’anno. Perlopiù sono adolescenti. Vengono classificati come scappati di casa. Immagino che questa ipotesi sia valida per alcuni di loro».

Il tema dell’abuso sui minori ricorre ossessivamente nell’opera di King a partire dal suo debutto, `Carrie`, fino ad arrivare a opere più recenti come `The Outsider` o `L’Istituto`. In questi romanzi, l’argomento viene affrontato nel tentativo di esorcizzarlo, ma anche per enfatizzare il baratro che spesso separa il mondo dell’infanzia da quello dell’età adulta. Infatti, tutti i protagonisti di `It`, i bambini del cosiddetto Club dei Perdenti, sono in qualche modo maltrattati dagli adulti che li circondano: per alcuni di loro, come Bill, Richie o Stan, la sofferenza nasce dall’essere ignorati o non capiti; per altri, invece, come Eddie o Beverly, il ruolo dei genitori appare di gran lunga più oppressivo, se non addirittura violento e ostile. Nel caso di Eddie, in particolare, il rapporto con la madre – affetta da quella che sembra essere una sindrome di Münchhausen per procura – viene descritto nei termini di una vera e propria “consunzione”: dal suo letto di ospedale, egli paragona gli occhi rapaci della signora Kaspbrak a quelli di It nella forma di lebbroso, per poi pensare subito dopo: «Non è il lebbroso, ti prego, non pensarlo, mi sta mangiando solo perché mi vuole bene». Eppure, proprio a causa della manipolazione psicologica che è costretto a subire, Eddie è il primo a comprendere come gli adulti non solo siano capaci di compiere il male, ma anche di provare piacere nel farlo. «Come combattere contro un adulto che veniva a dirti che non ti avrebbe fatto male quando sapeva benissimo di mentire? Come combattere chi ti faceva domande buffe e oscure e sinistre insinuazioni come: “Questa storia è andata avanti fin troppo?”. E quasi per sbaglio Eddie scoprì una delle grandi verità della sua infanzia: i veri mostri sono gli adulti».

Un altro personaggio in grado di rappresentare appieno ciò che la violenza degli adulti è in grado di generare nei più giovani è Henry Bowers, bullo impenitente e nemesi ufficiale del Club dei Perdenti. Attraverso la figura di Henry e del suo terrorizzante gruppo di amici, infatti, King ha modo di esplorare il lato oscuro della gioventù americana, come già aveva fatto in `Carrie`, `Christine` e `Ossessione`. Del tutto privi di empatia e di qualsiasi capacità di amare, i bulli di Derry trascorrono gran parte delle proprie giornate a tormentare i più deboli o a escogitare modi per diffondere terrore e distruzione. Essi, tuttavia, sono a loro volta il prodotto di famiglie dispotiche e abusanti, tanto che il livello di rabbia con cui affrontano il mondo riflette l’eredità di violenza trasmessagli direttamente dagli adulti. Non stupisce, dunque, che Pennywise scelga proprio questi ragazzi, e Henry in particolare, come armi da usare a proprio vantaggio: anche senza la sua influenza corrosiva, infatti, la follia di Bowers e compagni costituisce la manifestazione più evidente del male insito nella città di Derry.   

È significativo come ciascun membro del Club dei Perdenti sia vittima di Henry Bowers prima ancora che di It: Ben Hanscom, ad esempio, viene quasi ucciso nel corso dell’ultima giornata di scuola, Mike Hanlon rischia di morire per lapidazione, mentre Beverly Marsh è più volte costretta a fuggire per non essere catturata e violentata dai suoi aguzzini. Messi a confronto con Bowers, infatti, i protagonisti di `It` diventano coscienti della propria vulnerabilità di fronte al male più spregiudicato, ma anche come, lavorando insieme e sostenendosi a vicenda, siano in grado di affrontare qualsiasi tipo di pericolo.  

Tale consapevolezza prende definitivamente forma nel corso dell’«apocalittica battaglia a sassate», occasione in cui i Perdenti decidono di ribellarsi una volta per tutte alla tirannia di Bowers, di fatto prefigurando quello che sarà lo scontro finale con It. King rende evidente questo parallelismo nella descrizione stessa della battaglia, in cui Henry viene presentato come «un ragno rigonfio di veleno» mentre i bambini che lo fronteggiano possiedono i «volti marmorei e stranamente invecchiati» di un adulto. Ciò che avviene in questa circostanza, infatti, trascende la semplice rissa tra ragazzini: è il momento in cui i protagonisti decidono di vendicare tutte le vittime della storia oppressiva di Derry, unendo le proprie immaginazioni individuali per creare la potenza psichica di un gruppo coeso. Non a caso, è proprio in questa occasione che i Perdenti, grazie all’arrivo di Mike, si trovano per la prima volta al completo, dispiegando una formazione di sette membri, il numero della totalità e della ricerca mistica, carico di valenze simboliche e rituali.  «Bill spostò gli occhi da Mike a Richie. Incontrò lo sguardo di Richie. E gli sembrò quasi di udire lo scatto, quello di un ultimo ingranaggio che cadeva precisamente al suo posto in un congegno ancora misterioso. Fu come investito da scaglie di ghiaccio nella schiena. Adesso ci siamo tutti, pensò e fu una riflessione così limpida, così giusta, che per un momento pensò di averlo detto a voce alta».

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RECENSIONE `IT`PARTE 2


[1] Lisa Rogak, Haunted Heart. The Life and Times of Stephen King (‎Thomas Dunne Books, 2010).
[2] Ibid.
[3] Ibid.
[4] George Beahm, Il grande libro di Stephen King. La vita e le opere del Re del terrore (Mondadori, 2021).
[5] Ibid.

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