`It` di Stephen King • Out of the Blue and into the Black

  1. SUMMERTIME BLUESIl tempo dell’incanto e il potere dell’immaginazione

«Sometimes I wonder what I’m gonna do
‘Cause there ain’t no cure for the summertime blues
»[1]

– `Summertime Blues`, Eddie Cochran

Nonostante molti considerino `It` un capolavoro del genere horror, il romanzo affonda le sue radici nei topoi della letteratura per ragazzi, così come nei temi da essa affrontati. King è stato chiaro in tal senso, affermando come l’obiettivo primario della sua opera non fosse quello di parlare di mostri o di incubi, ma «dell’infanzia e dell’idea che essa possa essere rivissuta e superata, in modo da diventare persone adulte prive di rimpianti».

Nei romanzi di Stephen King il periodo dell’infanzia appare spesso legato a una visione pre-moderna del mondo, in cui la realtà risulta pervasa da magia, fede e immaginazione, qualità che rendono accettabile anche ciò che può sembrare misterioso e ignoto. I bambini, infatti, credono implicitamente nell’invisibile, ritengono possibili i prodigi sia benigni che maligni, tanto che «un’improvvisa manifestazione di bellezza o di terrore a dieci anni non pregiudica l’eventualità di un sandwich supplementare a mezzogiorno». Questa è anche la ragione per cui It ama predare proprio i più piccoli: le loro paure, così come le loro fantasie, appaiono più vivide e potenti rispetto a quelle degli adulti e, dato che i mostri vivono di fede, «chi più di un bambino è capace di un atto di fede assoluta?».

Se l’infanzia corrisponde al periodo dell’incanto, allo stesso modo l’età adulta coincide con quello del disincanto. King rappresenta questo passaggio come la transizione dalla magia alla razionalità: la mentalità logica e pragmatica degli adulti, infatti, li rende ciechi di fronte ai prodigi del mondo, ed è questa mancanza di immaginazione a impedirgli di vedere il vero volto di It, dal momento che il male è spesso misterioso e privo di spiegazioni razionali. Non a caso, Pennywise decide di richiamare i Perdenti a Derry solo dopo ventisette anni, consapevole di come il loro potere infantile sia ormai indebolito e offuscato. «E ora, ora che non crediamo più in Babbo Natale, nella fatina dei dentini, in Hänsel e Gretel, o nel troll sotto il ponte, It è pronto a sfidarci. Tornate, ci dice. Tornate, finiamo quel che abbiamo lasciato in sospeso a Derry. […] Tornate e vediamo se ricordate la più semplice delle cose: com’è essere bambini, pronti a credere e perciò timorosi del buio»

Fin dal principio, i protagonisti di `It` ci vengono presentati come bambini del tutto fuori dal comune, in quanto dotati di menti straordinariamente creative capaci di renderli diversi dalla maggioranza, ma anche abili ad affrontare i pericoli del mondo. L’immaginazione, infatti, è ciò che permette ai Perdenti di combattere It nelle sue svariate forme, colpendolo con proiettili d’argento, facendolo arretrare a suon di lazzi e imitazioni, oppure ferendolo grazie all’acido invisibile fuoriuscito da un inalatore per l’asma. La fiducia nutrita dai protagonisti nei confronti della fantasia è tale da distinguerli non soltanto dagli adulti, ma anche dai loro stessi coetanei. Eddie Corcoran, ad esempio, nonostante possieda la stessa età dei Perdenti, di fronte a It non è in grado di rinunciare alla propria razionalità e al bisogno di comprendere l’incomprensibile, un impulso fatale capace di condurlo alla morte. Mike Hanlon, al contrario, giunto poco dopo nel luogo in cui Eddie ha perso la vita, si trova a indagare su quanto accaduto «spinto da nient’altro che da un puro capriccio», lasciandosi guidare dai sogni e dall’immaginazione. Fin da subito, egli rifiuta la spiegazione più razionale, ossia che il sangue sull’erba sia stato causato da una lotta fra cani, ritenendo invece più plausibile il racconto fantasioso elaborato dalla sua mente. Mike, in altre parole, non dubita mai del proprio istinto e della propria fantasia, riuscendo per questo a sottrarsi al pericolo e a fuggire «senza guardarsi alle spalle».

Il più grande salto d’immaginazione del romanzo, tuttavia, viene compiuto da Bill Denbrough durante lo scontro finale con It, al momento di mettere in atto il cosiddetto “Rito di Chüd”, un cerimoniale himalayano volto a sconfiggere un demone ponendosi sul suo stesso piano mentale. «Un santone affrontava il taelus. Il taelus gli mostrava la lingua. Il santone mostrava la lingua a lui. Le due lingue si sovrapponevano e a quel punto entrambi vi affondavano dentro i denti, fino in fondo, in modo da restare inchiodati insieme, con gli occhi negli occh

Durante il rituale, Bill è costretto a rimanere in costante comunicazione mentale con It, poiché tale legame psichico, per quanto terrificante, rappresenta la sua unica possibilità di salvezza. Egli affonda dunque i “denti” della mente nella lingua del mostro, fissa i suoi occhi nei “pozzi neri” ed esercita il proprio potere di persuasione facendo appello a tutte le credenze dell’infanzia:

Credi, credi in tutte le cose in cui hai sempre creduto, credi che se dici al poliziotto che ti sei perduto, lui ti accompagnerà a casa sano e salvo, che c’è una fata che fa collezione di dentini e vive in un grande castello di smalto, e Babbo Natale costruisce giocattoli sotto il Polo Nord […] Credi che tuo padre e tua madre ti vorranno bene ancora, che il coraggio è possibile, e le parole ti usciranno di bocca corrette e senza esitazioni; non ci saranno più Perdenti, non ci sarà più nessuno rannicchiato a tremare in un cosiddetto circolo che non è altro che una buca nel terreno, non ci sarà più nessuno a piangere nella stanza di Georgie perché non sei stato capace di salvarlo; credi in te stesso, credi nel fuoco di quel desiderio

Naturalmente, come Bill impara a proprie spese, un’accresciuta capacità di credere porta con sé un elevato senso di meraviglia, ma anche un maggiore rischio di soccombere alla paura. E infatti uno dei Perdenti, Stanley Uris, non sarà in grado di affrontare It una seconda volta, preferendo porre fine alla propria vita piuttosto che fissare nuovamente il terrore negli occhi.

Stanley Uris viene descritto da King come il più maturo dei Perdenti e, in quanto tale, quello che più di tutti è in grado di percepire la natura grottesca e raccapricciante di It.  Al momento di descrivere agli amici il suo primo incontro con il mostro, infatti, Stan non è in grado mettere a parole la sensazione da lui provata, poiché essa sorpassa la paura per sfociare in un autentico senso di “profanazione”: «Si può vivere in compagnia della paura, credo […] Ma forse non si riesce a vivere in compagnia di una profanazione, perché apre una crepa nel tuo modo di pensare e se ci guardi dentro vedi che laggiù ci sono esseri viventi con occhietti gialli privi di palpebre, vedi che c’è una tenebra che puzza e dopo un po’ ti viene da pensare che forse laggiù c’è un intero universo, ma diverso, un universo dove nel cielo sorge una luna quadrata e le stelle ridono con voci gelide». È così che, ventisette anni dopo, la prospettiva di tornare a Derry getta Stan in uno stato di terrore assoluto, soverchiante al punto da spingerlo a togliersi la vita, gesto che compie tagliandosi le vene nella vasca da bagno per poi scrivere con il sangue il nome di It. 

Il suicidio di Stan possiede una doppia valenza simbolica. Da un lato rappresenta l’evento traumatico capace di dare avvio alla linea narrativa degli anni Ottanta, così come la morte del piccolo Georgie Denbrough era stato l’episodio scatenante per la narrazione degli anni Cinquanta. Inoltre, scegliendo di morire, Stan è l’unico dei Perdenti a opporre un netto rifiuto al tempo dell’infanzia, voltando le spalle al proprio passato insieme al carico di ricordi e di terrori che esso porta con sé. È così che, nel momento in cui lo Stan-bambino preme per tornare in superficie, lo Stan- adulto prende la decisione inappellabile di uccidersi poiché, da uomo razionale qual è, non può più accettare che un’aberrazione come It possa esistere nel mondo.

  1. WRITING IS MAGIC – La scrittura come strumento di resistenza al male

«Scrivere è magia, acqua di vita, al pari di qualsiasi altra attività creativa.
L’acqua è gratis. Forza, bevete. Bevete e dissetatevi

– `On Writing`, Stephen King

La scrittura di Stephen King, come quella di molti altri autori di opere fantastiche e immaginifiche, risulta intrisa di magia e seduzione. Tale richiamo non deriva unicamente dagli argomenti trattati, ma dalla concezione stessa dell’arte letteraria, capace di rendere colui che scrive «l’unico re del creato». Non stupisce, dunque, come molti dei protagonisti di King siano a loro volta scrittori, e come tale professione arrivi a dotarli di poteri di trascendenza inediti – vere e proprie facoltà talismaniche legate alla loro capacità di plasmare il mondo tramite l’uso delle parole. All’interno di `It`, in particolare, due personaggi hanno a che fare con il mondo della scrittura: il primo è Mike Hanlon, il bibliotecario di Derry, impegnato nella stesura di un manoscritto riguardante la storia della città e dei suoi rapporti con il mostro; l’altro è Bill Denbrough, alter ego dello stesso King, fautore di una carriera letteraria di successo fondata sul fascino della paura e sull’esplorazione del lato oscuro dell’esistenza umana.

Parlando di Mike Hanlon, è interessante notare come il suo ruolo non sia solo quello di stenografo dell’oscuro passato di Derry, ma anche di coscienza morale dell’intera città. Mike, infatti, è l’unico dei Perdenti a non essersi mai trasferito altrove, avendo scelto di rimanere al suo posto come «guardiano del faro», in attesa dell’inevitabile ritorno del mostro. È lui, infatti, a riconoscere per primo i segnali dell’imminente risveglio di It, circostanza che lo convince a rintracciare i suoi vecchi amici per chiedergli di fare ritorno.   

A motivare l’indole cronachistica di Mike è innanzitutto il ricordo del padre che, come lui, fu uno storico autodidatta, grazie all’hobby di collezionare vecchie fotografie e ritagli di giornale riguardanti le vicende salienti della storia di Derry. Il fatto che entrambi siano di discendenza afroamericana risulta, inoltre, di cruciale importanza: King, infatti, decide di utilizzare gli Hanlon per simboleggiare il dramma delle minoranze statunitensi, da sempre consapevoli del male insito nella società in quanto prime vittime di tale violenza. Gli afroamericani, in particolare, furono i primi a protestare contro le diseguaglianze del secondo dopoguerra, e fu il loro esempio a motivare la partecipazione di intere generazioni ai movimenti per i diritti civili, divenendo per questo custodi della storia e della coscienza di tutta la nazione. Dunque, così come Mike rappresenta l’unico fra i Perdenti a non aver mai dimenticato il proprio passato, così i neri degli Stati Uniti non hanno mai smesso di puntare il dito contro le ingiustizie e le discriminazioni del proprio tempo, scegliendo di mantenere accesa la luce e viva la consapevolezza di tutta la cittadinanza.     

A tal proposito, è significativo come gli eventi che Mike decide di registrare sul proprio diario non siano solo un mero resoconto delle malvagità compiute da Pennywise, ma anche il ricordo di tutti coloro che, a tale male, hanno saputo opporre resistenza. Particolarmente significativo è l’episodio dell’incendio al Punto Nero, in cui viene narrato come il padre di Mike e i suoi amici tentarono in ogni modo di salvare le vite dei propri compagni, pur sapendo di mettere a rischio la loro stessa incolumità. Tale esempio di auto-disciplina e cooperazione eroica permette a Mike di comprendere come, al di là delle sue sinistre manipolazioni, gli individui abbiano la capacità di resistere al male e alla sua mefitica influenza, non preoccupandosi al proprio interesse individuale ma del bene dell’intera comunità, combattendo uniti contro le minacce dell’egoismo, dell’indifferenza e della discriminazione razziale.

Se, da un lato, Mike Hanlon rappresenta la guida spirituale del Club dei Perdenti, dall’altro Bill Denbrough ne costituisce il leader carismatico: è lui la forza propulsiva del gruppo, colui che più di tutti ha sofferto a causa della morte del fratellino Georgie e che, grazie al suo ruolo di scrittore, ha piena consapevolezza del potere dell’immaginazione e dell’assoluta necessità di preservarlo.  

Tra le tante caratteristiche possedute da Bill a colpire è senza dubbio la sua balbuzie, una particolarità che Stephen King decide di indagare a fondo, esplorandone le cause e le motivazioni, fino a metterne in luce l’insito valore simbolico. L’origine della balbuzie di Bill appare piuttosto vaga e la sua gravità varia costantemente nel corso del romanzo, acuendosi o attenuandosi a seconda della situazione che il protagonista si trova a dover affrontare. Tuttavia, è solo a seguito del trauma dovuto alla morte del fratellino Georgie che le difficoltà di Bill nel parlare giungono al parossismo, divenendo un’assoluta costante nel suo modo di relazionarsi con le persone e la realtà che lo circonda.  Ogni volta che si trova ad aprire bocca, Bill giunge così a sperimentare una sorta di “trauma perpetuo”, che lo porta a vivere il blocco del linguaggio come una costante deviazione dalla norma, capace di escluderlo dal mondo degli adulti e da tutti coloro in grado di esprimersi in modi considerati “normali”.   

Insieme al tormento legato alla difficoltà di comunicare, Bill giunge a subire anche un ulteriore dolore, quello dovuto all’abbandono emotivo da parte dei genitori, rinchiusisi in una bolla di tristezza e apatia a seguito della morte del figlio minore. «Non gli piaceva doversi assumere la responsabilità della morte del fratello, ma l’unica altra alternativa che spiegasse il loro comportamento era molto peggiore: che tutto l’amore e le attenzioni che gli avevano riservato i genitori in precedenza fossero in qualche modo il risultato della presenza di George e che ora che George non c’era più non restava più niente neanche per lui». Tuttavia, piuttosto che esprimere agli amici il senso di colpa e di disagio generati dalla sua situazione familiare, Bill decide di nascondere la propria tristezza sotto un velo di finzione, facendo affidamento sulla creatività e sulle risorse della propria immaginazione. Da questo punto di vista, il comportamento di Bill riflette quello del suo stesso autore, per cui «l’idea di spiegare il proprio dolore è molto più difficile che scegliere di raccontare una storia»[2]. Come Stephen King, infatti, anche Bill decide di rivolgersi all’atto del narrare come mezzo per raggiungere il proprio tormento, allo scopo di esorcizzarlo e trasfigurarlo sottoforma di finzione letteraria. E sarà proprio questa abilità a renderlo estremamente pericoloso agli occhi di It, che arriverà a temerne il potere di manipolare la realtà e di distruggere le sue malie, fino al punto di mettere in discussione la sua stessa esistenza.  

  1. DON’T IT MAKE YOU WANNA GO HOME? Il potere del dialogo, della condivisione e dell’auto-determinazione

«Don’t it make you wanna go home, now?
Don’t it make you wanna go home?
All God’s children get weary when they roam

Don’t it make you wanna go home[3]

• `Don’t It Make You Want to Go Home`, Joe South

Riunitisi a Derry ventisette anni dopo il loro ultimo incontro, i Perdenti capiscono di aver smarrito gran parte dei propri ricordi, in quanto la memoria del tempo dell’infanzia giunge inevitabilmente a deteriorarsi con il procedere dell’età adulta. Il recupero di ciò che accaduto diventa così il primo compito che essi devono affrontare per riconquistare il proprio passato, un passaggio necessario per sfidare nuovamente Pennywise e assicurarsi, questa volta, la sua definitiva sconfitta. 

All’interno di `It` il motivo della memoria ricopre una duplice funzione letteraria. Da una parte, esso stabilisce un legame tra il passato e il presente dei Perdenti, permettendo al lettore di entrare in contatto con i ricordi dei personaggi ormai adulti per poi riviverli attraverso i loro occhi di bambini. In secondo luogo, la riconquista della memoria ha la funzione di rafforzare la psicologia collettiva del gruppo, per cui ogni aneddoto diventa una storia condivisa tra gli amici, dando a ciascun narratore la possibilità di trasmettere la propria esperienza e di colmare le lacune presenti nei racconti degli altri.

Lo stile di scrittura appare modulato proprio per riflettere questo processo di espansione della coscienza: man mano che i personaggi giungono a recuperare i loro ricordi, infatti, la distanza fra le linee narrative diventa sempre più sottile, fino a fondere le due epoche della storia in un unico flusso di eventi e sensazioni. A partire dal Capitolo 20, in particolare, l’alternanza tra passato e presente accelera vertiginosamente, portando avvenimenti speculari a confluire l’uno nella linea temporale dell’altro, e a rendere la memoria di quanto è accaduto nel 1958 parte integrante di ciò che avviene nel 1985. Tale stile oscillante si intensifica al punto che le frasi iniziate in una storia terminano in quella successiva, mentre le due battaglie contro It arrivano a sovrapporsi fino a formare un unico grande avvenimento, tanto nella mente dei protagonisti quanto nella struttura stessa dell’opera letteraria. 

Nell’ambito di una forma romanzesca così fluida e malleabile, King giunge a modificare le modalità stesse del discorso al fine di riflettere due istanze narrative contrapposte. Da un lato vi è il Male puro, introdotto come una presenza monologica e del tutto priva di immaginazione: essa sussiste in un sistema chiuso e monolitico, in cui nulla è in grado scalfire il suo potere o la sua autorità. Le forze del Bene, al contrario, incarnano il principio bachtiniano del dialogo metaforico, per cui un gruppo di persone diverse fra loro giunge a costituire un’unione aperta e democratica, il cui scopo principale è quello di contrastare il dispotismo monarchico del Male. Attraverso l’uso reiterato del dialogo, infatti, i Perdenti trovano sempre nuovi modi per salvare se stessi e la propria comunità, dimostrando come solo la condivisione e l’empatia possano superare i limiti imposti dall’indifferenza della maggioranza. È così che, rendendo pubblica la propria dimensione interiore, i protagonisti hanno modo di ampliare il proprio spirito di solidarietà, rafforzando quello che, in ultima istanza, rappresenta il loro potere più grande, ossia la capacità di amarsi e sostenersi senza chiedere nulla in cambio. 

Questa volontà di accogliere l’altro senza alcun tipo di riserva è rappresentata innanzitutto dal personaggio di Beverly Marsh, l’unica ragazza appartenente al Club dei Perdenti e una delle figure più affascinanti all’interno del romanzo. Fin dal principio, a caratterizzare Beverly è un forte desiderio di emancipazione, un’ambizione alla soggettività destinata a essere frustrata da numerose influenze esterne, a partire dal dominio patriarcale esercitato dalla figura del padre. Se la relazione tra Eddie e la madre assume i contorni di un’evidente dipendenza affettiva, quella di Beverly con il padre risulta, se possibile, ancora più pericolosa e inquietante. Il latente desiderio incestuoso nutrito da Al Marsh, infatti, viene esplicitato da King in più di un’occasione, a partire dalla «preoccupazione predatoria» manifestata nei confronti della figlia, fino all’ossessione che la sua sessualità emergente possa attirare l’attenzione dei suoi coetanei.   

Accade così che, a seguito della propria situazione familiare, i tentativi di Beverly per affrancarsi passino attraverso il raggiungimento di una posizione paritaria nei confronti dei maschi, circostanza resa evidente dalla sua capacità di affrontare problemi e pericoli tramite gesti dall’elevato valore simbolico. Prima ancora di entrare a far parte del Club dei Perdenti, infatti, Beverly impressiona gli amici grazie alla sua abilità nel giocare con lo yo-yo, un’attitudine destinata a rivelarsi cruciale nel momento in cui, durante il primo scontro con It, sarà proprio lei a impugnare la fionda capace di sconfiggerlo. Tuttavia, la situazione in cui la ragazza finirà per manifestare davvero il proprio potenziale si concretizzerà solo in seguito, nell’ambito di una scena talmente controversa da spingere critici e studiosi a valutarne i risvolti ancora oggi. 

È il 1958: i Perdenti hanno sconfitto It per la prima volta e, stremati la battaglia, vagano senza meta nel labirinto delle fogne di Derry. La leadership di Bill appare ormai confusa e stagnante, persa nel gorgo della disperazione più nera, ed è dunque Beverly a farsi carico dell’incolumità degli amici condividendo con loro quanto ha di più prezioso. È a questo punto, infatti, che la ragazza invita ciascuno a consumare con lei il loro primo rapporto sessuale, un atto necessario a ritrovare l’unione perduta e, con essa, la possibilità di salvarsi.

Se, fino ad allora, il corpo di Beverly era stato oggettificato dallo sguardo del padre e, seppur ingenuamente, anche da quello degli amici, in questa circostanza è lei stessa a scegliere di riappropriarsene per poi condividerlo con coloro che ama. Il rapporto sessuale che Beverly consuma con ciascuno dei Perdenti, in tal senso, non ha nulla di lussurioso o di abbietto: è un atto di amore e di desiderio disinteressato, spogliato da tutte le complesse implicazioni legate all’età adulta. Sebbene la scelta di King di rappresentare il potere femminile come qualcosa di legato alla sessualità costituisca un cliché ormai stantio, è importante sottolineare come, in questo caso, sia la volontà di Beverly ad agire, e non il suo desiderio di sottomettersi al dominio maschile. Il sesso, infatti, non è qualcosa che ella subisce, ma che esercita consapevolmente: un atto fisicamente sterile, ma ricco e fecondo dal punto di vista psicologico e morale.

Lei intuisce che gli è successo qualcosa di importante, qualcosa di straordinariamente speciale, qualcosa come… come volare. E si sente forte: si sente gonfiare il cuore da un’emozione trionfale. È di questo che aveva paura suo padre? Aveva ragione! C’è potere in questo atto, una forza profonda, capace di spezzare qualunque catena.

  1. DERRY IS CALLING YOUFuori dal nero (e dentro al blu)

Il confronto finale con It e il suo annientamento definitivo aprono le porte a un processo di palingenesi capace di coinvolgere l’intera città di Derry, che giunge a crollare su se stessa e a trascinare con sé il Male che per secoli l’aveva contaminata. Allo stesso modo, riportando alla luce i demoni del passato e confrontandosi con i terrori dell’infanzia, ciascuno dei Perdenti ha modo di esorcizzare le proprie paure, preparando il terreno a una catarsi collettiva che, come prima conseguenza, porta ciascuno di loro a dimenticare.

Rinunciare ai propri ricordi può sembrare qualcosa di spaventoso, ma, in certi casi, rappresenta l’unico modo per poter guarire e proseguire con la propria esistenza. La dissoluzione del gruppo dei Perdenti è dunque il prezzo da pagare per la distruzione definitiva It, poiché, dopo essere precipitati nel “nero” dell’orrore, l’unico modo sopravvivere è riemergere nel “blu” nella dimenticanza. Il romanzo si conclude così, con Bill Denbrough che, tornato alla sua vita di sempre, si trova a riflettere sul mistero dell’infanzia, su quanto sia bello essere bambini sapendo un giorno di dover diventare adulti, chiamati a scendere compromessi con il passato per poi abbandonarsi al libero fluire della propria esistenza. «Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota».

Se la nostra vita è dunque un flusso inarrestabile, è essenziale che esistano storie come `It`, capaci di «accantonare la nostra tendenza a un’analisi matura e acculturata per tornare bambini, a osservare il mondo in rigoroso bianco e nero. […] Perché è così raro essere invitati alla semplicità o alla pazzia più sfrenata»[4]. Il risultato è uno spazio carnevalesco in cui gli orrori della vita quotidiana vengono rappresentati con la stessa gravità di un mostro divoratore di bambini, e dove l’angoscia di diventare adulti arriva a mescolarsi con un’epica battaglia tra le forze del Bene e quelle del Male.

Il grande merito di un romanzo come `It` è quello di immergere il lettore in un mondo in cui il gioco e la paura procedono di pari passo, in cui l’oscurità può essere allegramente portata alla luce e in cui la letteratura per l’infanzia e quella dell’orrore arrivano a intrecciarsi per formare una storia dal fascino ineguagliabile. Ciò che Stephen King consegna ai suoi lettori è dunque un luogo in cui tornare ogni volta se ne senta la mancanza, per sperimentare un terrore e una libertà estranei alla vita quotidiana, ma che, inevitabilmente, finiscono per parlare di noi.  Ciò che occorre fare è solamente aprire il libro e ricominciare a leggere. Derry, in fondo, è sempre pronta ad accoglierci… Qualora ne avessimo il coraggio.


BIBLIOGRAFIA

  • George Beahm, Il grande libro di Stephen King. La vita e le opere del Re del terrore (Mondadori Electa, 2021).
  • Tony Magistrale, Stephen King – Second Decade: Danse Macabre to The Dark Half (Twayne Publishers, 1992).
  • Marco Malvestio, Valentina Sturli (a cura di), Vecchi maestri e nuovi mostri. Tendenze e prospettive della narrativa horror all’inizio del nuovo millennio (Mimesis, 2019).
  • Ron Riekki (a cura di), The Many Lives of It: Essays on the Stephen King Horror Franchise (McFarland Publishing, 2020).
  • Lisa Rogak, Haunted Heart. The Life and Times of Stephen King (Thomas Dunne Books, 2009).

COPYRIGHT

Quasi tutte le immagini sono tratte da It: Chapter One (Andy Muschietti, 2017) e It: Chapter Two (Andy Muschietti, 2019). Fanno eccezione:


[1] «Mi chiedo talvolta come farò / Perché non si guarisce dalla malinconia d’estate» – `Summertime Blues`, Eddie Cochran
[2] Toni Magistrale, Stephen King: The Second Decade, Danse Macabre to The Dark Half  (‎Twayne Publishers, 1992).
[3] «Non ti vien voglia di tornare a casa, adesso? Non ti vien voglia di tornare a casa? Tutti i figli di Dio si stancano di girare e girare. Non ti vien voglia di tornare a casa?» – `Don’t It Make You Want to Go Home`, Joe South.
[4] Stephen King, Danse Macabre (Sperling & Kupfner, 2019).

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